IL RITO

LA CELEBRAZIONE EUCARISTICA IN RITO AMBROSIANO ANTICO 
di Mons. Claudio Fontana*


La sollecitudine pastorale dell’Arcivescovo Capo-Rito fa sì che un gruppo di fedeli ambrosiani celebrino il Sacrificio Eucaristico secondo il Messale Ambrosiano del 1954 (Missale Ambrosianum juxta ritum Sanctae Ecclesiae Mediolanensis. Editio quinta post typicam, Mediolani, MCMLIV).
Prima di sviluppare qualche osservazione relativa al libro e al rito, cogliamo un piccolo accento.
È interessante notare come la Santa Sede, in occasione dell’iter di recognitio del rinnovato Lezionario Ambrosiano, abbia riconosciuto all’Arcivescovo la propria peculiare autorità (già affermata in genere per tutti i riti da Sacrosanctum Concilium e confermata in specie dalle successive edizioni di libri liturgici ambrosiani riformati) utilizzando per la prima volta in un documento romano il titolo di “Capo-Rito”. Si può facilmente immaginare che tale sottolineatura – tanto rara da apparire unica – possa rispecchiare la sensibilità liturgica e storica del S. Padre, fine estimatore del nostro Rito, «antico e nobile ordinamento liturgico» (Angelus, 16 novembre 2008). Qualche parola, ora, sul libro e qualche parola sul rito.
IL LIBRO
Se viene consentito di utilizzare un libro è importante conoscerlo. Mi pare di capire che siete un gruppo al quale non dovrebbe essere difficile accedere sia a qualche nota storica che alla comprensione della lingua latina (veicolo dei contenuti eucologici del Messale). Il libro del 1954, che poi è il libro del 1902 nuovamente edito, è un “Messale plenario” un libro che compendia in sé diversi libri: il Messale vero e proprio, l’Antifonale, il Lezionario. Vero è che esso non sostituì mai del tutto tali libri (che esistevano e resistevano “autonomi” per le celebrazioni più solenni) però li presentò riuniti in un volume unico, come ormai era divenuto consuetudine fin da prima del Concilio di Trento. In esso trovò posto anche l’apparato delle “rubriche”. Ma come si è giunti alla “editio typica” del 1902 ed alla sua quinta ristampa? E da dove si è partiti?
I nostri più antichi “messali” ambrosiani (i manoscritti “sacramentari” Bergomense, di Biasca, di S. Simpliciano, di Ariberto, Triplex, Trotti, di Lodrino, di S. Ambrogio, di Venegono, di Armio, di Bedero) conoscono prevalentemente la distinzione in Pars aestiva e Pars iemalis (rispecchianti l’uso delle due basiliche episcopali, officiate alternativamente d’estate o d’inverno dagli Ordinari della Metropolitana) con le feste dei santi inframmezzate alle domeniche de tempore. Solo dal messale a stampa di Gaspare Visconti (cioè dal 1594) (1) viene adottata la suddivisione, tutt’ora vigente, in de tempore e de sanctis, accorpando – su modello del Messale Romano! – da una parte le domeniche/feste dei tempi liturgici e dall’altra tutte le celebrazioni dei santi a iniziare da novembre. Sempre il Missale Ambrosianum del 1594 accolse – con una revisione ambrosiana – l’apparato rubricale del Messale Romano del 1570 (il cosiddetto Messale di san Pio V).
Esso fu, per noi, il primo messale ufficiale e normativo dopo l’assise tridentina (san Carlo non fece tempo a vederlo e celebrò con il messale edito in proprio nel 1560 dal dotto canonico e primicerio dei lettori del Duomo Michele Sovico) e conobbe ben dieci edizioni dal sec. XVII al XIX. Tra di esse si segnala particolarmente l’edizione del 1751, promulgata dal Card. Giuseppe Pozzobonelli. Questa fece da riferimento alla “editio typica” del 1902, curata da Mons. Ceriani sotto l’episcopato del beato Card. Ferrari e assai debitrice, tra le fonti, al Sacramentario di Biasca. L’edizione del 1954 “Quinta post typicam”, nel pontificato del beato Card. Schuster, ce la ripropone come libro ufficiale per la celebrazione. Sebbene previste, non vennero fatte nuove stampe e soprattutto nuove edizioni.
IL RITO
Attualmente, una cosa è il libro una il rito. Quantunque il libro sia esemplato tale e quale sull’editio typica del 1902, il rito, già dalla metà del secolo scorso era andato modificandosi, ed in varie riprese. Infatti, il rito ha recepito la grande rinascita degli studi liturgici attuata dagli albori del 1900 (la editio del 1902 ne è uno dei primi frutti!) e la loro conseguente applicazione. Così, benché il Missale sia rimasto “fisso”, il rito, soprattutto nelle rubriche ma anche nella comprensione della teologia liturgica, ha conosciuto una certa evoluzione. In che senso? Nel senso di una più profonda consapevolezza della “celebrazione dei santi misteri” dopo le epoche irridenti e svalutanti dell’illuminismo, dello scientismo e del positivismo sette-ottocenteschi (ed anche, in ambito infraecclesiale, dopo la fioritura del devozionismo sostitutivo della genuina pietà liturgica).
Finalmente, nel passaggio tra il 1800 e il 1900, vasti settori della Chiesa, dai pastori (i Papi Pio X, Pio XI e Pio XII, i vescovi, pensiamo al beato Schuster ed alla sua cura per il recupero del canto fermo ambrosiano, i sacerdoti, per noi Mons. Dotta), ai cultori degli studi liturgici (Maurice Festugière e Odo Casel, per il mondo monastico; Romano Guardini, per il mondo accademico, e per noi Magistretti, Borella, Moneta, Paredi, Cattaneo), ai semplici fedeli riscoprivano la liturgia come prima, sostanziale e sostanziosa fonte della spiritualità cristiana. Non una fonte esclusiva del clero, bensì una fonte inclusiva di tutti i fedeli battezzati. È un ri-allargamento di prospettiva: l’intero popolo di Dio tornava ad abbeverarsi alle proprie sorgenti spirituali. In questo – che più che una evoluzione era un recupero – si deve conoscere e apprezzare, in particolare, l’opera di alcuni Pontefici romani. Si deve apprezzare perché tale orizzonte è, ormai, il nostro orizzonte celebrativo.
È necessario ricordare il Motu proprio sulla musica sacra “Tra le sollecitudini” di san Pio X. In esso il Papa afferma il principio cardine di tutta la liturgia, quello della “partecipazione attiva”:
«Essendo, Nostro vivissimo desiderio che il vero spirito cristiano rifiorisca per ogni modo e si mantenga nei fedeli tutti, è necessario provvedere prima di ogni altra cosa alla santità e dignità del tempio, dove appunto i fedeli si radunano per attingere tale spirito dalla sua prima ed indispensabile fonte, che è la partecipazione attiva ai sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa». (2)
Fonte dello “spirito cristiano” è la partecipazione attiva ai santi misteri. Un ulteriore passo si ebbe con la Divini cultus di Pio XI (3):
«Affinché i fedeli partecipino più attivamente al culto divino, il canto gregoriano — per quanto spetta al popolo — sia restituito all’uso del popolo. Infatti, occorre assolutamente che i fedeli non assistano alle funzioni sacre come estranei o muti spettatori ma, veramente compresi della bellezza della liturgia, partecipino alle sacre cerimonie — anche alle solenni processioni dove intervengono il clero e le pie associazioni — in modo da alternare, secondo le dovute norme, la loro voce a quelle del sacerdote e della scuola. Se quanto auspicato si verificherà, non accadrà più che il popolo non risponda affatto o risponda appena con sommesso mormorio alle preghiere comuni proposte in lingua liturgica o in lingua volgare».
Altro passo decisivo fu compiuto con Pio XII nella Instructio de musica sacra et sacra liturgia (Congregazione dei Riti) del 3 settembre 1958 (4) che venne tradotta in italiano sulla nostra Rivista Diocesana (5):
«La Messa richiede, per sua natura, che tutti i presenti vi partecipino nel modo proprio a ciascuno. Questa partecipazione deve essere in primo luogo interna, attuata cioè con devota attenzione della mente e con affetti del cuore attraverso la quale i fedeli strettissimamente si uniscono al Sommo Sacerdote … Diventa più piena se all’attenzione interna si aggiunge una partecipazione esterna, manifestata cioè con atti esterni, come sono la posizione del corpo, i gesti rituali, soprattutto le risposte, le preghiere ed il canto… diventa perfetta quando vi si aggiunge anche la partecipazione sacramentale (22)… Nella Messa solenne l’attiva partecipazione dei fedeli può essere di tre gradi: … quando tutti i fedeli danno cantando le risposte liturgiche… quando tutti i fedeli cantano anche le parti dell’ordinario della Messa… quando tutti i presenti siano talmente preparati da poter cantare anche le parti del proprio della Messa (25)… Si deve cercare di far sì che i fedeli assistano anche alla Messa letta non come estranei o muti spettatori, ma con quella partecipazione che è richiesta da tanto mistero e che reca frutti copiosissimi (29)».
Con tali premesse non suona affatto dissonante, anzi è pienamente in continuità, la dichiarazione della Costituzione Sacrosanctum Concilium:
«I pastori di anime devono vigilare attenta mente che nell’azione liturgica non solo siano osservate le leggi che rendono possibile una celebrazione valida e lecita, ma che i fedeli vi prendano parte in modo consapevole, attivo e fruttuoso (11)… È ardente desiderio della madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia e alla quale il popolo cristiano, «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo acquistato» (1 Pt 2,9; cfr 2,4-5), ha diritto e dovere in forza del battesimo. A tale piena e attiva partecipazione di tutto il popolo va dedicata una specialissima cura nel quadro della riforma e della promozione della liturgia. Essa infatti è la prima e indispensabile fonte dalla quale i fedeli possono attingere il genuino spirito cristiano, e perciò i pastori d’anime in tutta la loro attività pastorale devono sforzarsi di ottenerla attraverso un’adeguata formazione (14)… Perciò la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere [per ritus et preces], partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente (48)».
Insomma, si può accedere al mistero di Cristo non in modo “immediato” ma solo “attraverso / mediante” i riti e le preghiere della Chiesa, in modo sacramentale. Come ebbe a dire il nostro sant’Ambrogio: «Non per via di specchi, né per mezzo di enigmi, ma faccia a faccia ti sei mostrato a me, o Cristo, ed io nei tuoi sacramenti trovo te» (Apologia del profeta David a Teodosio Augusto 1, 2). La partecipazione attiva è il grande frutto di un secolo di vita della Chiesa, prima e dopo il Concilio. E in ambito ambrosiano quale eco ha ottenuto tutto questo?
Le dichiarazioni dei Pontefici e l’insegnamento del Concilio hanno avuto varie risonanze in ambito ambrosiano. Possiamo senz’altro ricordare due momenti. Il primo è costituito dalle nuove Rubricae generales breviarii et missalis ambrosiani, (6) che recepiscono una serie di adattamenti (7) del 1960, applicando al Missale Ambrosianum del 1954 alcuni punti del nuovo corpo rubricale del breviario e messale romani, approvato da Giovanni XXIII il 25 luglio 1960 (e poi riversato nel nuovo Missale Romanum del 1962). L’intenzione era volta a giungere ad una nuova edizione anche del Missale Ambrosianum, ma tutto rimase in sospeso, per i lavori del Concilio e per l’elezione dell’Arcivescovo Montini al sommo pontificato. Il secondo momento di risonanza ambrosiana fu la promulgazione del Messale Ambrosiano e Calendario del Card. Colombo nel 1976, del Missale Ambrosianum nel 1981, della Liturgia delle Ore nel 1984, di alcuni Rituali (Esequie, Culto Eucaristico, Unzione degli Infermi), del rinnovato Lezionario 2008, che ha raccolto il plauso di Benedetto XVI. Ed ora per voi?
Oggi la linea in cui muoversi è quella dell’ermeneutica della continuità tra pre-concilio e post-concilio, linea tracciata dal Papa nel discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005, rigettando decisamente la tesi della discontinuità e della rottura. Il Vaticano II ha maturato quanto la riforma di Pio X, Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII aveva già germogliato. Stante questo postulato, per il bene spirituale di un gruppo di fedeli ambrosiani celebrare i santi misteri con il Missale Ambrosianum del 1954 e con gli adattamenti di un secolo di Movimento Liturgico non può che porsi in questa linea di continuità ininterrotta, che è la Tradizione della Chiesa.
Note
1 Missale ambrosianum Gasparis s.e. Mediolanensis archiepiscopi iussu recognitum et editum, Mediolani, Typiis Vincentii Sabii, 1594.
2 Motu proprio Tra le sollecitudini del sommo pontefice Pio X sulla musica sacra, 22 novembre 1903.
3 Constitutio apostolica «Divini Cultus» Pii XI, 20 decembris 1928, “AAS” 21 (1929) p. 33-41.
4 Instructio de musica sacra et sacra liturgia, 3 settembre 1958 “AAS” 50 (1958) p. 630-663
5 Istruzione sulla musica sacra e la sacra liturgia secondo il pensiero delle Encicliche di Pio XII «Musica sacrae disciplinae» e «Mediator Dei», “Rivista Diocesana Milanese”, 12 (1958), p. 543-566.
6 Rubricae generales breviarii et missalis ambrosiani et documenta adnexa cum indice analytico, Mediolani, 1964.
7 Modificazione nei Riti della Santa Messa secondo il Rito Ambrosiano a norma del Motu Proprio Rubricarum Instructum di Sua Santità Papa Giovanni XXIII, “Rivista Diocesana Milanese” 51 (1960), p. 584-585.
* Maestro delle Cerimonie della Chiesa Cattedrale.